"Quella sera che ho fatto l'amore
mentale con te
non sono stata prudente
dopo un po’ mi si è gonfiata la mente
sappi che due notti fa
con dolorose doglie
mi è nata una poesia illegittimamente
porterà solo il mio nome
ma ha la tua aria straniera ti somiglia
mentre non sospetti niente di niente
sappi che ti è nata una figlia."
Vincent van Gogh
A Theo van Gogh
(Cuesemes, tra martedì 22 e giovedì 24 giugno 1880):
“Vedi, questo mi tormenta continuamente, e poi ti senti prigioniero del bisogno, escluso dal partecipare a questo o quel lavoro, e queste o quelle cose necessarie sono fuori dalla tua portata. Perciò provi una certa malinconia, e poi ti senti un vuoto là dove potrebbero esserci amicizia e affetti nobili e seri, e senti lo spaventoso scoramento erodere l'energia morale stessa e la fatalità sembra poter ostacolare gli istinti d'affetto, o una marea di disgusto ti sommerge. E poi dici: fino a quando, mio Dio! Beh, che vuoi, ciò che succede dentro appare forse al di fuori? Hai nell'anima un grande fuoco e nessuno viene mai a scaldarsi e i passanti vedono solo un po’ di fumo in cima al comignolo e poi se ne vanno per la loro strada. Ora, ecco, che fare? Mantenere vivo quel fuoco interiore, avere sale in noi, attendere pazientemente, eppure con quanta impazienza, attendere l'ora, dico, in cui qualcuno voglia venire a sedersi accanto, fermarsi lì, che so?”
situazione ideale: è notte, siamo in macchina, fumiamo fissando il mare. appoggio la testa sulla tua spalla e fisso il vuoto. il silenzio che c'è tra me e te non mi fa paura, mi sfiora piano. mi piace tanto passarti le dita fra i capelli e darti baci ovunque, lo sai. ti stringo forte. vorrei durasse per sempre.